Tibet: Fin qui sei giunto… Presentazione di Rita Cedrini

Ogni uomo percorre la propria strada, ora indugiando tra gli ostacoli, ora procedendo spedito, in uno scenario in cui si muove e si consuma la storia dell’intera umanità. Un percorso fatto di grandi o piccoli avvenimenti, rivissuti nel ricordo talora con nostalgia talaltra con rifiuto, sempre comunque con più o meno forte tensione emotiva.

I tenui fili della memoria tengono desto l’evento: una strada un punto nel vuoto lo richiamano dall’ombra, caricandolo di connotati mitizzati. Si esprime così nella somatizzazione di un dolore, nell’irruenza di una gioia, nella violenza di una parola la rievocazione di un episodio mediato (e perciò in ogni caso attutito o esasperato) da una ricostruzione in qualche modo “arbitraria”.

È questo uno degli esiti di quel processo di produzione e riproduzione della realtà di cui ciascun uomo è artefice. L’invenzione della fotografia ha, per certi aspetti, reso più complesso questo processo e per altri lo ha semplificato: come accade sempre quando la realtà viene riconvertita da realtà meccaniche.

Si ritiene che l’immagine fotografica, in quanto è autonoma rispetto alla sfera emozionale e ai parametri culturale dell’osservatore, è riproduzione “vera” della realtà. Per lungo tempo tale assunto ha tenuto vivo il dibattito tra i sostenitori di quest’opinione e coloro che hanno avanzato in proposito forti dubbi. In realtà ogni fotogramma è il risultato di una scelta: di chi ha preferito quella immagine piuttosto che un’altra, di chi ha inquadrato un primo piano invece di un totale, in altri termini di chi sulla base di un punto di vista ha dato una particolare rappresentazione della realtà.

Documentare per immagini l’universo che ci circonda vuol dire rappresentarne un frammento, un segmento. La fotografia, nell’estrapolare dal contesto una parte del tutto, nel sottrarre dal tempo un attimo del suo fluire, imbriglia la realtà in una soggettività che rivela lo spessore culturale e umano di chi la ha realizzata. Se la fotografia fosse solo riproduzione meccanica della realtà, le immagini realizzate dello stesso soggetto, da parte di operatori diversi, avrebbero poco di che differenziarsi l’una dall’altra. È quello che accade allorché si fa uso di una telecamera fissa. Si ottiene certamente un riscontro totale dell’avvenimento accaduto, ma è piatto, scialbo, senza identità di tracciato, senza emozioni. È proprio la soggettività fotografica così deprecata, così discussa a rendere l’immagine viva, credibile, a consegnare con uno scatto uno squarcio di infinito.

La fotografia come produzione soggettiva della realtà è dunque un fatto non questionabile. Tutto ciò, però, non toglie nulla al valore di questo medium quale documento sociale e etnico. Di questi aspetti della realtà nessuna scrittura, per quanto oggettiva e completa, potrà mai darci un resoconto più immediato e vero. Immediatezza e verità che sono, certo, dell’operatore, ma che comunque si producono da elementi concreti indipendenti dalle sue scelte emotive e culturali.

A ben riflettere il fascino della fotografia consiste anche in questo continuo oscillare delle immagini tra realtà oggettiva e realtà vissuta. È il caso delle immagini di Franca Schininà. Nel suo posare lo sguardo sulla gente del Tibet, l’autrice indaga e consegna la sintesi del proprio resoconto di avvicinamento alle figure umane. È un percorso volto ad accostare l’uomo all’ambiente in un armonico interrelarsi. Le immagini che ne scaturiscono sono architetture di uomini e luoghi costruite apparentemente dal caso. Sono lunghi silenzi consegnati agli sguardi. È il fluire del tempo colto nell’insondabile mistero dell’uomo, espresso da una gestualità composta e essenziale.

La condizione umana si racconta nella mano dell’adulto che stringe a sé il bambino, nel duro lavoro iterato di chi assiste al tramontare del giorno, consapevole che nulla muterà. La coreografia dei luoghi e la magia dei colori dell’Oriente non sono riuscite a coinvolgere Franca Schininà nella seduzione di fotografie d’effetto. Lo sguardo è sempre distaccato e teso a cogliere l’uomo nella condizione universale per far sì che l’osservatore non debba fare riferimento ad un codice diverso che non sia questa stessa condizione: la fatica di ogni giorno, il sapore del dolore, la speranza e la forza della fede, la certezza degli affetti, quell’unica maniera di essere uomini al di là degli scarti temporali e a dispetto delle latitudini.

Rita Cedrini

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