Tibet: Fin qui sei giunto… Presentazione di Giovanni Pepi

Davanti alle foto di Franca Schininà sono tentato da un’ipotesi fantasiosa. Certo arbitraria. Però irrinunciabile. Immagino un percorso voluto, e voglioso, dalla solitudine del paesaggio alle moltitudini ritratte.

Non ho mai visto il Tibet. Quel che ho letto di questo sterminato segmento dell’Asia, un altopiano desertico, poco popolato, disseminato di laghi e catene montuose, mi dà l’idea dello spazio che domina l’individuo costringendolo alla solitudine, ad una solitudine perentoria e irriducibile perché di ordine naturale. Di questa idea le foto mi danno conferma. Si soffermano spesso sui giovani, i vecchi e i bambini. E cani e pecore e cavalli. Sagome viventi che insorgono come punti stellari nel cielo notturno. Tra distese di terra e montagne sabbiose.

Poi la fotografia fugge, come spinta da una tensione ansiosa verso l’uomo in gruppo, verso la coppia, verso l’insieme, verso la folla. Attraverso la fotografia l’autrice inverte le ragioni della geologia. Cerca nuclei, aggregazioni viventi. E li trova. O meglio, li ottiene, quasi li forma, stringendo il campo, eliminando gli sfondi, mettendo a fuoco le persone vicine nel mercato, nel villaggio, nella processione. È come se volesse rincorrere la moltitudine per trovare quel rapporto stretto e fisico con la gente. Per il desiderio di strisciare su gomiti, fianchi, petti, spalle, musi di cani, zampe di pecore e teste di bimbi.

E si è così al sublime del fotografare. Che non è soltanto saper vedere. Ma voler vedere. Lasciarsi guidare, nel vedere, dagli stimoli dell’anima. Da pulsioni che fremono dentro il soggetto fotografante nell’attimo in cui si stabilisce la relazione misteriosa, sempre imperscrutabile, con l’oggetto da fotografare.

Fotografia è invenzione. Cos’altro? L’invenzione può indurre all’arbitrio. E allora?

Giovanni Pepi

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